La mia competenza ed esperienza clinica si focalizza sull’età adolescenziale ed adulta, quindi dai 14 anni in su.
Mi occupo prevalentemente di:
Possiamo parlare di disturbi dell’umore quando sentiamo di aver perso il controllo della nostra “bussola” interiore, che ci fa sentire, quasi in egual misura, tutte le emozioni. Quando questa bussola non funziona più bene è possibile che sentiamo più spesso un’emozione e che le altre siano impossibili da percepire. L’umore è in questi casi costantemente flesso o elevato in maniera significativa, oppure oscilla repentinamente e senza un’apparente motivazione.
In tutti questi casi le emozioni possono far da padrone nella nostra mente e questo causa particolare fatica nell’affrontare anche le più piccole azioni della vita quotidiana. Tutto può generare ansia, una sensazione di agitazione generalizzata che spesso può avere effetti anche sul corpo, oppure prevale una sensazione di torpore, di noia, di mancanza di voglia e di pensieri che appesantisce e svuota di senso le nostre giornate. Non è raro, inoltre, che in questi casi si possa manifestare anche una dipendenza (da alcol o da sostanze, da videogiochi, ecc) che spesso ha la funzione di autocura ed autoregolazione.
In questi casi è fondamentale lavorare sulla possibilità di sentire e riconoscere tutte le emozioni e riconnetterle alle motivazioni sottostanti, di modo da ritrovare un equilibrio dinamico della propria bussola interiore e riprendere il controllo sulle piccole e grandi azioni quotidiane.
I DCA sono problematiche molto comuni, con un’incidenza maggiore tra le donne e, soprattutto, tra le adolescenti. Non bisogna dimenticare però che un’ampia fascia di uomini e ragazzi soffre di queste problematiche ed è ancor più difficile per loro chiedere aiuto perché per la società queste sono problematiche appartenenti prettamente al mondo femminile e ancora oggetto di tabù per quello maschile. Il malessere e il disagio che si vive con il proprio corpo è però molto simile.
È oramai parte del discorso comune parlare di anoressia, bulimia, alimentazione incontrollata, binge eating, senza dimenticare chi è colpito da obesità, ortoressia, vigoressia. Ancora poco conosciuto, però, è ciò che sta dietro queste problematiche. Spesso si parla di modelli culturali “sbagliati”, di un culto della bellezza e della perfezione che tocca estremi spesso irraggiungibili: sicuramente queste tematiche sono presenti ed influenzano soprattutto le menti dei giovani adolescenti che stanno affrontando un percorso di crescita e di cambiamento, dove il corpo è il teatro principale di questi cambiamenti e spesso un drammatico protagonista. Tuttavia, al di là di un rapporto difficile con il cibo possono esserci problematiche relazionali più profonde, che hanno le radici in una lotta intestina tra modelli di sé diversi, sentimenti e percezioni relative a sé e agli altri estreme e spesso in conflitto, richieste dall’esterno sentite come esagerate o pressanti. Tutto ciò si situa in un corpo che viene sentito anch’esso come un estraneo, nemico-amico, spesso attaccato e usato per non sentire il peso di questi conflitti.
Spesso l’isolamento e il silenzio sembrano essere l’unica soluzione e chi soffre di questo disturbo ha la sensazione che nessuno possa comprenderlo, che non sarà ascoltato e che nessuno sia in grado di aiutarlo.
Questi disturbi sono fonte di una profonda sofferenza, sia per chi ne è colpito, sia per i familiari, che spesso si sentono impotenti.
È fondamentale un intervento precoce e multidisciplinare, poiché il disturbo colpisce sia l’individuo che il corpo ed il sistema familiare ed è spesso necessario un intervento di sostegno e trattamento a 360°.
Il termine “malattia oncologica” porta con sé molte paure, prima fra tutte quella della morte. Avere un tumore, o un familiare/conoscente colpito da un tumore, ci fa subito rabbrividire. Il tumore purtroppo fa ancora paura, in un modo che è spesso impossibile da descrivere.
Anche se le ricerche in questo ambito sono costantemente in progresso e la percentuale di guarigione continua a salire, le malattie oncologiche continuano a rappresentare la seconda causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari.
Culturalmente la malattia oncologica viene associata al dolore, al deperimento di un corpo sottoposto a cure pesanti, alla perdita di autonomia e, infine, della vita.
Affrontare queste paure, o almeno provare a gestirle, non è un percorso semplice. La malattia oncologica mina alla base la nostra sicurezza nella nostra illusoria immortalità. La mente non può concepire la morte, è il corpo che la vive.
Sostenere un malato oncologico e/o i suoi caregiver è fondamentale per fare in modo che il percorso di accettazione e adattamento alla malattia sia il meno doloroso e il più sostenibile possibile.
L’adolescenza è un momento della vita estremamente delicato. Il corpo cambia, la mente cambia, così come i punti di riferimento, le relazioni e le richieste dall’esterno. Ma tutto questo avviene in un momento in cui non si è ancora abbastanza strutturati, allenati e preparati ad affrontarli. L’adolescente scopre giorno per giorno infinite novità, sia su stesso che sugli altri: in questo processo capita di sentirsi disorientati e confusi, proprio perchè non si è più bambini, ma ancora non si è adulti. E’ un momento in cui ci si fanno domande “da grandi”, ci si riscopre, nelle amicizie e nei rapporti sentimentali, si impara a capire “chi sono?” e “chi voglio essere?”. Spesso c’è curiosità, ma anche timori e preoccupazioni, nel sentire in maniera così forte e, alle volte incontrollata, emozioni e sentimenti nuovi. Il fatto di sentirsi grandi, ma anche fragili, avere voglia di sperimentarsi e di esplorare il mondo, accanto a comunissimi timori di non sapere come fare ad approcciarsi alle novità, porta i ragazzi a non capirsi o a non ascoltarsi.
Fondamentale in questo periodo la funzione genitoriale, che viene essa stessa messa in discussione e deve sapersi modificare, rendersi flessibile, ma al contempo rimanere un riferimento stabile, contenitivo e tutelante. Quando i disagi iniziano a sovraccaricare l’adolescente, portandolo a comportamenti a rischio, quali l’isolamento, il mutismo, problemi con la scuola, nelle relazioni con gli altri, con il proprio corpo o con le sostanze, è fondamentale non spaventarsi, ma agire e considerare questi comportamenti come un modo che l’adolescente ha imparato per comunicare all’adulto il suo disagio. E’ quindi importante non sottovalutare questo disagio e portarlo, se possibile, su un piano di comunicazione e condivisione.
Un trauma si identifica in tutto ciò che interrompe, che porta una frattura, una discontinuità in un flusso percepito come un continuum. Il trauma irrompe quindi scardinando la percezione di controllo sulla propria vita, portando un elemento di imprevedibilità che, con più o maggiore forza, porta disequilibrio nella mente di una persona. Le esperienze traumatiche non sono oggettivamente quantificabili ed identificabili, poiché sono qualcosa di assolutamente personale: ciò che conta è la percezione interna del trauma, non la sua natura esterna. Un’esperienza a carattere traumatico porta la persona a contatto con la propria vulnerabilità e mortalità, e si porta appresso vissuti di impotenza e passività, che sono difficili da elaborare e tollerare. Ciò che viene persa è la sensazione di avere il controllo sulla propria vita e di conseguenza, si esperisce una terribile sensazione di insicurezza, con il timore per la propria o altrui incolumità.
Spesso ciò che accade è che a distanza di mesi o anche anni, i ricordi di quell’esperienza continuano a tornare alla mente come qualcosa di terrificante e non perdano il loro potere: permane quindi una sensazione di continue fratture ed imprevedibilità, accompagnati da vissuti di forte angoscia. E’ importante poter ripristinare gradualmente un vissuto di sicurezza personale che vada ad integrare anche l’esperienza traumatica: questo processo aiuta a ritrovare una nuova continuità, che non isoli o neghi la frattura che c’è stata, ma provi a darle un nuovo significato.
Il momento della diagnosi di una malattia cronica e/o degenerativa è qualcosa che cambia drasticamente la prospettiva sulla propria vita. Tutto si ribalta, dalle piccole cose a quelle più grandi. È l’inizio di un processo di cambiamento, alcune volte faticoso. È un percorso che prevede tanti momenti di riadattamento, conseguenti a piccole “perdite” sul piano fisico: perdita della mobilità, della flessibilità, del controllo che, se pur piccole, sono purtroppo costanti e poco prevedibili. Queste perdite causano, a loro volta, altre perdite sul piano della vita quotidiana: potrebbe esserci la necessità di cambiare lavoro, cambiare meta per le proprie vacanze, cambiare la sistemazione dei mobili. La rabbia e la tristezza che ne possono scaturire sono legittime e comprensibili. Allo stesso tempo, quando si riesce ad accettare quello che è ancora possibile fare, si riprende gradualmente il controllo sulla propria vita e si ritorna ad essere, persona, prima che “malato”.